IL DIRETTORE
DISCORSO INTRODUTTIVO di INIZIO ANNO SCOLASTICO
Anno Scolastico 2021/2022
Chiarire cosa significa insegnare: premessa
Il principio che insegnare non sia riduttivamente istruire o informare ma edùcere è ormai condiviso da tutti (anche se poco praticato). Oggi, come ieri, il processo educativo richiede tempi lunghi di apprendimento e il cambiamento del discente è sempre lo sforzo plurale di più persone, direbbe Papa Francesco, di un “intero villaggio!”. Se tuttavia non sono mutati i modi nell’apprendere sono invece mutati gli attori dell’educazione. Le agenzie formative (famiglia, scuola, ecc) sono in trasformazione rapida. La scuola italiana ha subito, negli ultimi trent’anni, metamorfosi profonde nell’organizzazione, nelle motivazioni e conseguentemente negli scarsi risultati. Partendo da questa considerazione come vedrebbe oggi Don Orione la scuola, come la concepirebbe? E poi come sono cambiati i giovani e come potremmo meglio interagire con essi? E infine a che punto è la nostra scuola nel percorso di crescita e quale contributo essa potrebbe dare all’inizio di un nuovo anno scolastico?
Tutte domande alle quali proverò a dare il mio contributo in questo breve scritto. Chiariamo però subito cosa si intende con la parola insegnamento. Esso è principalmente un’esperienza. Il nostro regolamento da una definizione: “questa Scuola è Comunità di persone con lo scopo di vivere un’esperienza educativa finalizzata alla ricerca……del vero, del bello e del buono che la realtà propone. Comunità di dialogo, di ricerca, di esperienza sociale…per promuovere nel giovane i valori tecnico-professionali, religiosi e umani…” (Regolamento di Istituto delle Scuole Don Orione di Fano)
<<e tu Don Orione, come intendi la scuola?>>
Fantasticando un poco, in un caldo pomeriggio estivo, ho immaginato di interrogare Don Orione, educatore dalla secolare esperienza, chiedendo come intende la Scuola, lui che le scuole le ha sognate, costruite e fatte crescere. Alla domanda posta mi rispose: <<nella scuola è necessario che sia tutto verità ciò che s’insegna; quella verità che nutre, che non inaridisce il cuore perché non è mai disgiunta dalla virtù e dalla carità>> (Tortona 18 ottobre 1939). Io allora ho provato a fargli capire che i tempi sono cambiati e che per noi, nel terzo millennio, la verità si confonde spesso con le mille opinioni/intuizioni personali e che il reale oggettivo (cioè “il vero”) soccombe oramai di fronte all’ipotetico soggettivo. <<Vedi (aggiunse don Orione senza “peli sulla lingua”), l’errore più funesto della nostra società è certamente questo: credere di poter fare a meno di Dio, anzi, di poter agire impunemente contro la Legge naturale stabilita da Dio. Si è giunto all’aberrazione di proclamare, come conquista, la morte di Dio. Da questa insania invece sta derivando la morte dell’uomo, il suo abbrutimento e la degradazione anche dell’ambiente>> (Buenos Aires, 21 febbraio 1922). Sorpreso da tanta lungimiranza e profondità sui “nostri tempi funesti”, l’ho interrotto e riprendendo la parola ho cercato di fargli capire che nella nostra società si sta smarrendo una unitaria visione antropologica sull’uomo. La scuola dovrebbe riaccendere una riflessione sui grandi temi del pensiero. Don Orione a questo punto, dopo avermi ben ascoltato riprese: <<la filosofia (lo studio del pensiero sull’uomo), è la materia principe; il bisogno maggiore oggi di chi studia è una solida e cristiana filosofia. Bisogna aggiustare le teste, infondere in esse idee giuste, mentre sono in voga dottrine sballate e si va perdendo fino il senso comune>>. Ringraziandolo per le sue parole, sempre illuminanti, colme di fede e saggezza popolare l’ho salutato e lui, come se facesse per raccomandarsi, mi lasciò dicendomi: <<la scuola nostra dovrà essere rispettata come una chiesa e da noi trasformata in una cattedra di ministero sublime, in una palestra di vero apostolato. Essa deve essere amata da noi, e deve farsi amare dagli alunni, anzi chi insegna deve farla amare così che essa dovrà diventare come la casa sacra al sapere e alla virtù dei nostri alunni; essi non devono quasi avere altro pensiero, altro desiderio che di trovarsi con i loro Maestri e nella loro Scuola…la scuola deve essere una famiglia, una famiglia morale bene disciplinata, e condotta avanti con molto affetto nel Signore e con molta cura.>> (Buenos Aires 21 febbraio 1922).
Nel ripensare alle parole ascoltate comprendo che la conoscenza delle cose non può disgiungersi da un “contesto favorevole”, da un’esperienza significativa, da un ambiente famigliare. L’insegnamento fa della realtà presente un “accadimento”, un evento, un’occasione di scoperta e di ricerca della verità. Questo luogo speciale dell’“accadimento” è la nostra Scuola! Quelle persone che la abitano e che concorrono all’avvenimento insurrezionale del cuore e della mente siamo noi e i nostri allievi!
Libertà, urgenza di verità
Uno degli ostacoli più insidiosi per l’insegnamento è l’insistente “fuoriuscita” dei giovani dai contesti di realtà. Anche il diffondersi, sui social, di informazioni errate, mina giudizi e comportamenti sociali. Apprendimento e verità non possono che restare in strettissima relazione. Infatti l’uomo libero ha necessità di rimanere vincolato al contesto storico di realtà nel quale si ritrova. <<l’uomo, che nasce – come documenta la curiosità sconfinata del bambino – con una struttura originaria che possiamo definire di inesausta apertura della ragione di fronte all’inesausto richiamo del reale, viene al mondo dentro il contesto storico di un popolo. E ogni popolo possiede una cultura, cioè un modo di guardare e concepire la realtà, di entrare in rapporto con essa>> (Jullian Carron). Dunque ognuno è introdotto al reale mediante la cultura e la tradizione propria nella quale vive. Sono i fatti, gli eventi, gli accadimenti della quotidianità che maturano nella mente di chi apprende impressioni, intuizioni, idee e schemi. Da sola la ragione non è in grado di “includere” la realtà. La ragione deve necessariamente confrontarsi con la realtà. Solo così avviene un vero “allargamento” della ragione e conseguentemente l’apprendimento, la conoscenza. Ma se i giovani preferiscono evadere dal “reale”? Il processo di apprendimento della conoscenza viziata da una continua evasione dalla realtà e/o da una proliferazione di informazioni errate non rischia di favorire comportamenti “negazionisti” della realtà stessa? L’esperienza di incontro della ragione con la realtà si svela come esigenza di significato totale; Heidegger si esprime, dal suo punto di vista con un’altra formulazione: <<l’esperienza è la modalità propria dell’esser-presente>>. È la conoscenza che rende libero l’uomo! Essa è possibile se c’è relazione stretta tra ragione e realtà.
Metafora dello zombie: lavorare sulla volontà
I fattori che, nella nostra attuale cultura, tendono ad indebolire le risorse psicologiche individuali dei giovani sono: (1) la pressione sociale e culturale nel ridurre tutti in potenziali consumatori; (2) la promozione (nella coscienza collettiva) di un’immagine dell’uomo come debole, fragile, incapace di affrontare difficoltà con lo scopo di favorire la ricerca compulsa di “appoggi esterni a se stesso”; (3) la perdita del contatto con la realtà; (4) la svalutazione costante dell’impegno personale quale mezzo insufficiente per il raggiungimento degli obiettivi propri. Il mondo giovanile rimane schiavo della metafora dello zombie (P. Trabucchi), di colui cioè che viene costantemente e insistentemente privato della propria volontà e della propria coscienza. Tra le cause certamente prevale l’estraniarsi dal reale, dal confronto con i pari. Il confronto con gli altri permette difatti quel processo di introspezione del giudizio altrui che favorisce l’equilibrio personale. Nell’isolamento il giovane perde il limite del proprio ego (dilatazione dell’ego) che dilata assumendo una smisurata importanza. La spettacolarizzazione di sé (si pensi ai social) ne è una conseguenza. Compiaciuto e privo di quel pudore che è il giudizio dell’altro interiorizzato, il giovane lascia che le proprie miserie assumano dignità di “interesse planetario”. È necessario lavorare costantemente su una socialità che favorisca la maturazione nei giovani di coscienza e forte volontà.
la scuola vista dai nostri allievi
Come vivono gli allievi l’esperienza scolastica? L’indagine costante sul grado di soddisfazione di chi “abita” la scuola è una delle scelte migliori finora operate. L’analisi dei dati avviene comunemente con la somministrazione interna alla scuola di quesiti in forma anonima (dati qualità Allegato 1 – 2) e da indagini esterna effettuate da organismi governativi, (dati Invalsi, Allegato 3). Dai risultati si può dedurre una generale soddisfazione della maggioranza degli allievi per la loro scuola. In tutti gli indirizzi emerge infatti un gradimento elevatissimo circa la soddisfazione degli allievi sulle competenze professionali del personale docente, sulla capacità dei docenti nel collegare i contenuti teorici con quelli pratici, comprendere le difficoltà degli allievi. Particolarmente eccellente il giudizio sulle dotazioni tecnologiche e il loro uso come metodo di insegnamento, le competenze tecniche acquisite, la collaborazione tra scuola e famiglia. È invece da potenziare il lavoro sull’uso dei libri di testo, sulla capacità dei docenti di gestire adeguatamente l’aula, sull’organizzazione degli orari in particolare all’Istituto Tecnico Industriale. Veramente sorprendente il risultato restituito positivo restituito da Invalsi il 03 settembre 2021 sui livelli di apprendimento degli allievi della classe V/A dell’I.T.I. (maggio 2021). Nelle discipline di italiano, matematica ed inglese essi hanno conseguito livelli significativamente superiori alla media degli istituti tecnici delle Marche, del Centro Italia e dell’Italia. Ma la domanda che ci si pone è se essi saranno veramente pronti ad affrontare la vita con autonomia e responsabilità? E poi, noi docenti siamo davvero soddisfatti?
Qualche considerazione conclusiva
Ci si appresta ad avviare un nuovo anno scolastico e a conclusione delle considerazioni finora sottoposte alla vostra attenzione mi preme particolarmente sottolineare quanto sia significativo l’operato del docente. È il “maestro” la causa del cambiamento nel discente. Troppo spesso si considera la figura dell’educatore neutrale, al contrario essa è centrale e decisiva. Ciò che propone l’educatore non può che avere lo stile e il formato di una “esperienza”. Con essa si mobilitano interessi, attitudini, capacità e si sortisce una competenza apprezzabile. Al centro c’è la relazione educativa quale alveo naturale per ogni processo di apprendimento. In questo il professore è maestro dell’arte di insegnare. Per concludere in primo luogo si ritiene che insegnare significhi mettere al centro il rapporto con la persona. Oggigiorno è indispensabile rallentare la velocità del tempo con cui si opera, disciplinare meglio il modo di entrare a contatto con le persone, definire le priorità dei valori che muovono le azioni. Favoriamo dunque il prevalere dell’empatia sulla disaffezione, la comprensione sul giudizio, la condivisione sincera delle difficoltà sull’indifferenza, il confronto aperto sull’”arroccamento” dei propri pensieri ed idee, la fratellanza sull’ignoranza, l’aiuto disinteressato e non calcolato, la speranza nell’altro sulla logica del ritorno, la misericordia e la pazienza sulla ripicca e la ritorsione. In secondo luogo si ritiene opportuno rafforzare la nostra esperienza su una didattica centrata sui “compiti di realtà”, un apprendimento per competenza, un approccio metodologico spinto sul problem solving. Infine è indispensabile che il tempo-scuola sia “accadimento”, evento significativo portatore di un cambiamento, fondativo di un comportamento che genera cultura.
E con queste considerazione, spero utili, che Vi auguro un buon inizio di anno scolastico.
Fano, 06 settembre 2021
Prof. Roberto Giorgi
Direttore
